Per valutare lintervento delluomo nel passato
si è cercato di inserire il territorio in un contesto
geografico più vasto. Tale operazione è stata
necessaria sia per la mancanza di notizie specifiche di argomento
forestale, sia perché larea oggetto di studio
ha influenzato ed è stata influenzata dalle vicissitudini
storico economiche delle zone circostanti (Val di Chiana e
Aretino). La prima popolazione di cui si ha notizia di interventi
di utilizzazione del legno come materia prima per la costruzione
delle proprie abitazioni e dei luoghi di culto, è quella
degli Etruschi fondatori, nella collinetta di S. Cornelio,
del primo centro abitato di questa regione.
In seguito
con la conquista Romana, limpatto dell uomo
in questo territorio ebbe un nuovo impulso.
Tale fenomeno
è testimoniato dalla grande capienza (circa 8000
persone) dellanfiteatro dellantica Aretiume
confermato da ritrovamenti archeologici nella valle del
pignone , in località S. Firmina e case Lignano (
Pagus). Inoltre la Val di Chiana è stata
una importante zona di produzione agricola (frumento) attraversata
dalla Cassia, a quel tempo la principale arteria di comunicazione
tra Roma e la Gallia.
Si è
rilevata poi interessante lanalisi dei toponimi che
permette di individuare le aree colonizzate nelle aree epoche
storiche. A questo proposito sono state individuate in prossimità
dellarea studiata, località che al tempo dei
Longobardi venivano indicate come Cahagi (oggi
Caggiolo e Cafaggio ), che avevano
il significato di terreni riservati, per lo più
boschivi, di pertinenza del fisco (C. A. Mastrelli.). Insieme
a questi luoghi che denotano la presenza e limportanza
del bosco ve ne sono altri, dello stesso periodo, come La
Sala o Il Toppo che stanno ad indicare
altri siti di residenza. Il primo documento storico di cui
si ha notizia risale al 962 d.C in cui si attesta che a
questa data il paese di Policiano faceva parte di
una Waldemannia cioè di una estensione boschiva già
amministrata da un Waldfemannus, soprintendente regio del
fisco longobardo (Fatucchi).
Intorno
al mille e per molti secoli (oltre il 1370) si ha testimonianza,
da autorevoli storici, dellimpaludamento della Val
di Chiana. Secondo Fossombroni il fenomeno si sarebbe verificato
a causa della mancata spinta dell Arno che, rotto
limbuto di rondine inviava le acque del lago
di Arezzo verso Firenze e con minor impeto verso la Chiana
che prima delle bonifiche era affluente importante del Tevere.
A seguito di questo evento la popolazione abbandonate in
gran parte le pianure diventate paludose, malsane, insicure,
invase dalla macchia e dal bosco, esercitò lagricoltura
nelle zone pedecollinari, collinari, e anche di montagna
(a:Talfi). A conferma di ciò sono località
come S. Andrea a Pigli, Policiano, Rigutino, Vitiano e altre.
I nuclei originari si trovano tutti a quote comprese tra
i 300 e i 400 metri s.l.m. circa 100-150 metri più
alti dell attuale pianura. Contemporaneamente assunsero
maggiore importanza i monasteri benedettini tra cui quello
di S.Fiora e Lucilla, situato presso il paese di Olmo, che
in breve tempo divenne il più potente di tutta la
diocesi aretina. Tale monastero aveva vasti possedimenti
anche nella zona di M.Lignano, dove si ha notizia , si trovasse
un altro piccolo eremo (Monastero di M.Lignano). In una
carta del 1056 a riguardo del castello di Policiano si trova:
Castrum cum muris, fossis et carbonareis
dalla quale emerge limportanza delle fornaci a carbone
tra gli elementi del castello e da qui quella del bosco.
Nel 1098 si attesta la presenza di una non meglio definita
selva di Acuto dalla quale prenderebbe nome
il paese di Rigutino e il Torrente che lo Fiancheggia (da
2Rius-Agutinus). Secondo ricerche di A.Tafi ancora nel 1200
prosperava nei monti intorno alla valle (Val di Chiana)
la querce condensata in grandi boschi. A dimostrazione
di questo sta anche il nome della montagna (M.Lignano) che
etimologicamente sembra che derivi da legno
in quanto tale rilievo è sempre stato una importante
fonte di questa materia prima. In queste foreste veniva
allevato, allo stato brado e in gran numero, il maiale che
per secoli e secoli è stato il re della mensa aretina.
Castiglion Fiorentino e Arezzo erano importanti mercati
suinicoli, tanto che la piazza più grande di Arezzo
era chiamata Piazza dei Maiali. Sempre intorno
al mille ebbe nuovo impulso la coltivazione del castagno
(Veggiani) che ha rappresentato per lungo tempo una delle
principali fonti di alimentazione nelle zone montane: Dopo
limpaludamento della Val di Chiana ci fu una riscoperta
delle vie di comunicazione lungo i crinali, attraverso le
quali già dal 1200 si ha notizia (Del Corto) passassero
le mandrie direttive a svernare in Maremma (transumanza).
Le prime notizie di uniniziale bonifica si hanno nel
1436, quando unordinanza fiorentina detta le
prescrizioni per lassegnazione delle nuove terre sottratte
alla palude a chi ne vuole. Le nuove terre, che dopo
pochi anni si rivelarono molto fertili, attirarono la popolazione
in un lento e graduale esodo verso la pianura. Alcuni secoli
di forte pressione antropica avevano poi modificato profondamente
la copertura forestale e lequilibrio idrogeologico
del territorio tanto che nel 500 è documentata
unalluvione calante da M. Lignano che riempì
la chiesa di Bagnolo di ghiaia e rena. Alla stessa data
si rende noto che sono state intraprese nuove opere di bonifica
delle Chiane con relativi disboschimenti delle
zone che, emergono dalla palude, erano coperte da vegetazione
lussureggiante.
Da queste
operazioni presero origine nuovi insediamenti come Ranco,
Pastina, Poggio a Rancoli che nel
loro nome ricordano, ancora oggi , tali avvenimenti. Le
opere di bonifica e di disboscamento proseguirono gradualmente
fino alla fine del 700 infatti venivano abbattuti
e diradati i vari boschi che comunque conservavano una certa
importanza trovandosi fino alla fine del 800 cinghiali,
volpi, caprioli, e pernici(Del Corto). Alla tradizione
economica della regione, basata essenzialmente sulla coltura
promiscua di grano, orzo, segale, miglio, vite, etc,, nel
1576, tramite unordinanza granducale, si cerca di
affiancare la bachicoltura da seta, imponendo la piantagione
di almeno quattro gelsi in ciascun podere. Riporta il Tafi
che nel 600 è ancora in pieno svolgimento lesodo
dalla montagna alla collina e da questa alla pianura. Con
il 700 ha grande espansione la coltura dellolivo,
cominciano a prendere campo nuove tecniche di rotazione
e viene potenziato lallevamento del bestiame (A. Tafi).
Con lavvento di Pietro Leopoldo I (1765/1790) si ha
un mutamento radicale nella legislazione in materia di boschi.
Si passa così da una politica vincolistica, come
dei Medici, a norme che tendono a liberalizzare liniziativa
privata escludendo lintervento diretto dello stato.
Questa tendenza raggiunge il massimo nel 1780, quando si
arriva al motuproprio col quale si sopprimono le leggi
proibenti il taglio dei boschi delle Alpi del 1559, 1564
e del 1710 e si da libertà ai possessori di tagliare
detti boschi e qualunque sorta di piante di loro pertinenza
anche dentro il miglio dalla cima degli Appennini senza
chiedere alcuna licenza (A.Gabbrielli). tale situazione
si protrasse fino al 1877 quando venne emanata la legge
forestale del nuovo stato (Majorama - Calatabiano). Il risultato
di questa politica liberistica fu un rapido depauperamento
del patrimonio forestale in tutta la Toscana. Non fece eccezione
il comprensorio studiato e lo rimarca già nel 1789
il Fossombroni e successivamente il Signorini (1888). Il
primo sottolineava che in Val di Chiana (
) si
aveva mancanza di legna da ardere per cui si consigliava,
per le fornaci e i forni, luso della torba depositatasi
nelle paludi in oltre metteva in evidenza che il
bestiame non era custodito ma veniva fatto pascolare allaperto.
Il secondo
sostiene che tutte le sommità dei monti sono
prive di vegetazione: alcune piante nascono spontaneamente
tra questi ammassi di sassi, ma non possono giungere a rivestire
il monte giacche o svelte o mutilate dal gregge che libero
pascola per quelle scoscese balze e rinforza dicendo
nella nostra regione è duso il pascolo
pressoché generale per gli animali suini ed ovini,
questultimi poi accorrono in numerose mandrie nella
stagione estiva ed invadono i nostri monti pur troppo scarsi
di piante legnose . (
) il bosco ceduo di frequente
occupa vasti terreni dove largheggiano ceppaie di quercia
per lo più scadenti perché troppo rade e troppo
frequentemente mutilate. E qui il pascolo è causa
diretta del danno alla condizione della boscaglia. (
)
Anche il carbone, stante i pochi boschi cedui, non serve
per il consumo della popolazione locale. Lautore
collega questa difficile situazione alle disastrose condizioni
idrogeologiche affermando che se si percorre lo stradale
da Cortona ad Arezzo (
)tracciato ai piedi delle colline,
si passano molti punti costruiti sopra alvei secchi e ghiaiosi,
i quali si cambiano in precipitosi torrenti al cadere di
forti acquazzoni e di ripetute piogge o al repentino sciogliersi
delle nevi. Il Signorini rincara poi la dose sostenendo
che per quanto ci narra la storia, le piene del Tevere
e dellArno non si verificarono in altri tempi con
una frequenza come ai giorni nostri. La situazione,
ancora agli inizi del 1900, non era cambiata tanto che lassociazione
aretina della Pro Montibus et Sylvis a proposito
di Monte Lignano scriveva che era (
) un bel
triste esempio di montana depauperazione , con tutte le
sue più gravi e disastrose conseguenze immediate
e dirette, oltre quelle riflesse sulle condizioni agricole
ed idrauliche di tutta la plaga, che si estende ampia e
ubertosa alle falde del monte. In conseguenza di questa
situazione nel 1914 lassociazione sopra citata prese
liniziativa di rimboschire con il contributo del Comune
di Arezzo, una superficie di quattro ettari (12000 piantine)
a monte del paese di Rigutino. I lavori di sistemazione
e rimboschimento non ebbero un seguito immediato, ma otto
anni dopo, nel 1922, con Decreto Reale la zona di M.Lignano
venne classificata come bacino montano con diritto di porre
a carico dello Stato le spese necessarie al riordino idrogeologico
e colturale.
Con tale
documento venivano stanziate lire 227.888 così ripartite:
per rimboschimento di 330 ettari lire 225.068, per muretti,
graticciate
ect. Lire 4.600, per direzione e sorveglianza
lire 25.262 e per spese varie lire 22.966.
Lurgenza
di un intervento immediato appare evidente se si prende
visione delle fotografie che furono scattate poco prima
dellinizio dei lavori di ricostruzione boschiva. Questa
fu la prima opera sistematoria in provincia di Arezzo, rappresentò
il banco di prova degli addetti ai lavori e offrì
anche la prima occasione concreta per sperimentare le tecniche
di preparazione del terreno ed i criteri di scelta delle
specie legnose indigene da impiegare secondo canoni della
scienza silvana di allora (V. Pennacchini). Con questo
intento il professor Merendi consigliava, nella scelta delle
specie da impiegare nelle zone nude, di tenere in particolare
considerazione il pino laricio limitando limpiego
del pino nero austriaco allo stretto necessario. Inoltre
auspicava limpiego sperimentale di alcune specie esotiche
come i cedri, gli abeti calcofili del bacino del Mediterraneo,
i cipressi americani originari di ambienti simili alle zone
da rimboschire. Sostiene poi lutilità di istituire
parcelle sperimentali che diano in avvenire sicure
indicazioni sulle migliori piante da impiegare negli imboschimenti
dei monti aretini. Il suggerimento venne accolto e nel 1924-1926
furono impiantate:
Una particella
(n. 76) di Quercus rubra e Fraxinus americana di 0.4 ettari
(1924)
Una particella
(n.78) di Cupressus macrocarpa di 1 ettaro (fatta nel 1924
e soppressa nel 1925)
Una particella
(n. 77) di Cupressus lusitanica e Juniperus virginiana di
0.45 ettari che nel 1926 fu soppressa e nuovamente costituita
con Cedrus deodora
Una particella
(n.78 bis) di Cedro deodora di 0.5 ettari (1926)
I lavori
di sistemazione e ricostituzione boschiva si protrassero
dal 1922 al 1929 con una superficie rimboschita di 295 ettari
e con le relative cure colturali proseguirono fino al 1935.
dalle relazioni annuali che gli uffici forestali compilavano
sullattività delle sistemazioni si sono potuti
ricavare numerosi dati e informazioni circa le tecniche,
gli accorgimenti usati e le specie impiegate. È da
notare che il totale delle superfici risarcite (325 Ha)
supera nettamente il valore delle aree rimboschite (295
Ha). Questo significa che in alcune zone è stato
necessario più di un risarcimento e che in generale
si sono verificate numerose fallanze causate dallestrema
povertà del terreno e dagli eccezionali eventi climatici
del 1929 (gelate) e del 1931 (oltre 100 giorni di siccità
estiva). Per quanto riguarda le specie principalmente fu
messo a dimora pino laricio, ma in parte venne anche usato
il pino marittimo (soprattutto per semina), il cedro, il
cipresso, la robinia, il pioppo canadese e lontano
lungo i fossi, la ginestra (Spartium Junceum) nei punti
a terreno più secco e superficiale, il cerro e la
rovere che vennero seminate nei punti dove non era possibile
fare buche per leccessiva superficialità del
terreno e, infine Castagno e Ornello.
Vennero
impiantati otto vivaietti volanti, tutti nel bacino del
Rio Grosso e si assicurò la protezione dal pascolo
delle zone rimboschite con chiudente. Per facilitare le
rapide comunicazioni allinterno del perimetro e lo
spostamento della mano dopera furono aperti nuovi
viottoli e migliorati quelli vecchi.
Inoltre
risulta che le lavorazioni del terreno, preparato ogni anno
per quello successivo, variavano a seconda delle caratteristiche
della zona. Poteva trattarsi di gradoni larghi 1.2 metri
con controtendenze del 30%, di lunette quando non era possibile
fare il gradone, di ciglioni o di buche le cui dimensioni
variavano da 40x40x40 centimetri a 70x70x60 centimetri.
A questa varietà di tecniche è legato anche
il sesto di impianto che per il postime poteva andare da
1.5 a 3 metri. Nellarea oggetto di studio, due chilometri
ad ovest di Palazzo del Pero in prossimità della
S.S. n.73, esiste un altro nucleo di conifere che ha avuto
origine circa nello stesso periodo (1931). A questo proposito
è interessante notare che una parte del rimboschimento
è costituita da pino insigne che presenta dimensioni
notevoli se confrontate con quelle medie dei soprassuoli
artificiali. Risale alla stessa epoca un soprassuolo di
circa 22 ettari costituito quasi esclusivamente da Pseudotsuga
douglasii situato in località Frugnolo (circa 700
metri s.l.m.) nel versante nord ovest del M.Camurcina
(846 metri s.l.m.). luso di questa specie consigliato
dal Prof. A.Pavari, rientra in un programma di sperimentazione
colto a valutare le possibilità dimpiego di
essenze esotichenella montagna appenninica.
Con lo scopo di valutare lefficacia dellimpianto
venne istituita una particella sperimentale (n.284) allinterno
del suddetto rimboschimento tuttora seguita dallo stato,
anche con lo scopo di combattere la diffusa disoccupazione,
ve ne furono anche altre, a carattere parzialmente
privato, che interessarono superfici più piccole.
È stata preziosa a questo proposito la testimonianza
di Caselli Santi che in prima persona ha partecipato ad
alcuni lavori di scasso del terreno e semina a spaglio di
pinoli di pino marittimo, ceduti gratuitamente dal C.F.S.
ai privati che ne avessero fatto richiesta. A questo periodo
di fiorenti attività di ripristino forestale seguì
la Seconda guerra Mondiale che nel 1943 vide M.Lignano,
a causa della sua posizione dominante nella zona, teatro
di violenti scontri bellici. Oltre i danni diretti ai soprassuoli
il conflitto provocò linterruzione delle cure
colturali che nel dopoguerra non vennero più riprese.
Negli anni che seguirono si verificò un progressivo
spopolamento del territorio che causò il graduale
abbandono dei terreni più difficili e scomodi da
coltivare. Diminuì così contemporaneamente
la presenza umana, la percorribilità della zona e
linteresse economico nellarea montana. Parallelamente
aumentò il disordine colturale, la massa e la continuità
del combustibile al livello del suolo e, come è ovvio,
il numero degli incendi. Questultimi si sono rivelati,
negli ultimi quaranta anni, uno dei fattori più importanti
nella dinamica del paesaggio. Infatti già nel 1945
fu percorsa dal fuoco una superficie complessiva di 148
ettari che in gran parte ricadeva nel rimboschimento di
pino laricio del Rio Grosso.
Successivamente
altri boschi sono stati devastati, anche ripetutamente,
dagli incendi che hanno provocato profonde ed estese ferite
ancora oggi ben visibili nella copertura forestale.
|